“Il nostro pane quotidiano”. Attorno a questo tema si è svolto mercoledì scorso, 17 Aprile 2019, un evento speciale: un convegno promosso dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, in via delle Belle Arti a Roma. Una iniziativa voluta e sostenuta dall’ambasciatore Pietro Sebastiani, che ha invitato a riflettere su problematiche di grande attualità, invitando a portare il proprio contributo di idee persone che, su vari fronti, si misurano quotidianamente con le emergenze collegate all’alimentazione. Anch’io ho avuto l’onore di essere tra i relatori; il mio intervento ha riguardato i contenuti di “A Tavola con Papa Francesco / Il cibo nella vita di Jorge Mario Bergoglio”, libro uscito per Mondadori e pubblicato già in 15 Paesi del mondo. Condotto in modo puntuale ed appassionato dalle giornaliste Isabella Ceccarini e Fabrizia Sernia, il convegno si è aperto con le parole  dell’Ambasciatore Pietro Sebastiani, che ha motivato le ragioni dell’iniziativa promossa nell’ambito delle attività istituzionali dell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede Vaticana.

Con me sono intervenuti: Massimo Arcangeli (linguista), che ha offerto una testimonianza su “Le parole del cibo”; Manuela Tulli, giornalista dell’Ansa, autrice e animatrice di un seguitissimo blog, Fratello Cibo, dove sono suggerite riflessioni e pensieri sul rapporto tra religioni e cibo, tra alimentazione e fede, perchè “Anche tra le pentole sta il Signore”;Lidia Borzi (presidente ACLI Roma), che è intervenuta sul progetto “Il pane a chi serve 2.0″; Cesare Marinoni, promotore di “Pane in Piazza” con Missionari Cappuccini onlus e Società Umanitaria, ha parlato su “Fare il pane per fare il bene”; Mario Lubetkin, Vicedirettore generale/Direttore di Gabinetto, Ufficio del Direttore Generale della FAO (“2030 fame zero: obiettivo realizzabile?”). 

Qui di seguito il mio intervento, in versione completa, al convegno “Il pane quotidiano”.

“CON IL CIBO NON SI SCHERZA!” 

 di Roberto Alborghetti

“Buon pranzo!”. A pochissimi giorni dalla sua elezione a Pontefice, nel primo saluto domenicale alla folla che gremiva Piazza San Pietro – era il 17 marzo 2013 -, Jorge Mario Bergoglio, il Papa “preso quasi alla fine del mondo”, stupì tutti con quell’augurio semplice, ma al tempo stesso rivelatore del suo carattere e del suo stile.

“Buon pranzo!”. E’, questa, un’espressione che non solo rimanda alla cordialità e alla fraternità pastorali del Pontefice argentino, ma soprattutto al suo modo di rapportarsi alle persone, alla sua spontaneità nel partecipare alla vita quotidiana di tutti, alla sua sensibilità nel rendere grandi e nobili abitudini e momenti che non sono poi così “scontati”.

“Buon pranzo!”. Dietro questa semplice frase – ma semplice solo in apparenza – stanno il mondo di Papa Francesco e il suo stile di evangelizzatore. Non per niente, quell’augurio domenicale, lanciato e rimbalzato attraverso l’etere e la rete, fece notizia. E continua a fare notizia, perché – nel diventare una tradizione – apre ogni domenica una sorta di finestra sull’atmosfera festiva, costruita attorno alle scene delle  famiglie impegnate a preparare e cucinare, appunto, il “pranzo della domenica”, ossia il momento principale dell’intera settimana, quello in cui madri, padri, figli, figlie, parenti ed amici, celebrano la bellezza di stare a tavola e di apprezzare le “cose buone” che la tavola può offrire.

Ci volevano un Papa e il suo augurio – mai scontato, proprio perché ripetuto ogni domenica dalla finestra del suo studio del palazzo apostolico – per ricordare, a noi tutti, la felicità, la piacevolezza ed il fascino di essere insieme a tavola, a gustare tutte quelle bontà che mani sapienti hanno “impastato” e guarnito, per la gioia del palato e dell’essere insieme, condividendo momenti ed  esperienze.

Quell’augurio domenicale, simile o quasi ad una sorta di “benedizione”, ci spalanca la prospettiva sul valore, sull’importanza e sul significato stesso del trovarsi a tavola e del cibo. Diventa paradigma di un’attenzione e di una sensibilità per la qualità della vita e delle relazioni umane. Anche e soprattutto per questo, il “Buon pranzo!” di Papa Francesco ha il sapore della sua missione pastorale, vissuta nel rapporto con le persone, a partire appunto da quelle piccole e grandi cose che fanno parte della vita di tutti i giorni.

Non è stato dunque fuori luogo pensare ad un itinerario alla scoperta di come Papa Francesco (o simpaticamente “Chef Francesco”: chef, in lingua francese, rimanda anche e soprattutto al significato di “guida”, di “capo”) consideri e valuti il cibo, nella dimensione propriamente gastronomica – ordita nelle trame del gusto e della scelta dei piatti – e nella valenza di “realtà religiosa” che, nel richiamarsi alle pagine delle Sacre Scritture, mette l’essere umano nella condizione di socializzare, costruire relazioni, trasmettere memoria, cultura e culture.

La pubblicazione illustra il rapporto di Papa Francesco con il cibo e l’urgenza di “non scherzare con il cibo”, simboleggiato dal pane, segno eucaristico (e di vita) per eccellenza. E custodisce il forte richiamo della Enciclica Laudato sì’, nella quale non mancano suggestioni e riflessioni sui temi del settore primario, dell’agricoltura, della produzione di alimenti per tutto il pianeta, dell’economia di scala e dei cereali transgenici. Un documento dal quale traspare tutta la sensibilità e l’umanità di un Papa esperto in Chimica dell’Alimentazione.

“Una famiglia che non mangia praticamente mai insieme, o che non si parla a tavola, che guarda la televisione o dove ciascuno tiene il naso incollato al proprio telefono, è una famiglia poco… famiglia.” Disse il Papa durante l’udienza generale del 11 Novembre 2015, e insiste su questo messaggio ogni volta che ne ha occasione.

Il libro vuole delineare un profilo inedito di Jorge Mario Bergoglio, che non rifiuta praticamente mai un invito dei monaci o dei parrocchiani di Buenos Aires per mangiare la bagna cauda, ricetta dei suoi antenati italiani, o che divide a metà le empanadas per i giornalisti quando non erano sufficienti per tutti. La pastorale di Papa Francesco passa dalla condivisione di un piatto con il povero, il migrante e il viandante conosciuto nel cammino. Questo significa “portare le periferie a tavola” e mettere le persone in condizione di avere sempre, ogni giorno, quel pane quotidiano richiamato nella stessa preghiera creata da Gesù.

Il cibo è un modo importante di condividere, di trasmettere idee, emozioni, sentimenti, discorsi. Rientra nella visione del Papa per una Chiesa fatta di relazioni fra le persone. Casa Santa Marta, la residenza dove vive il Papa in Vaticano, è stata convertita in uno spazio aperto all’ospitalità, al contatto fra le persone che vi si recano ogni giorno. Francesco condivide il cibo nella mensa con vescovi, sacerdoti, religiosi e ospiti laici. Un’attitudine comunitaria di sana socializzazione per alimentare lo spirito e le persone.

Papa Francesco non ha un menu speciale, né prepara cose esclusive, mangia ‘ quello che passa il convento ’ come dice un famoso detto popolare. Si adatta alla sobrietà dei piatti semplici. Il Papa si confonde fra i più umili per mangiare. Il Papa fa la fila come tutti, prende personalmente il vassoio con il cibo, mangia quello che c’è da mangiare quel giorno, e si siede nel primo posto libero che incontra. Non ha un posto riservato.

Il Papa fa, di tanto in tanto, visite a sorpresa ai suoi amici curiali argentini che vivono in Vaticano per prendere insieme un mate (il tipico e tradizionale infuso argentino), un caffè o mangiare qualche dolcetto. Francesco incarna e ripropone l’immagine evangelica di Gesù che si siede a tavola con i poveri, gli emarginati e i peccatori correndo il rischio di essere chiamato “mangione e beone”, come lui stesso fa notare nel Vangelo. Allo stesso modo, Francesco estende oggi la sua pastorale a gesti concreti come quello di Domenica 19 Novembre 2017, quando nella prima Giornata Mondiale dedicata ai poveri, istituita da lui stesso, trasforma la solenne aula Paolo VI del Vaticano in una grandissima mensa popolare. In questa occasione, circa centocinquanta tavole vennero imbandite per accogliere mille e cinquecento invitati speciali: mendicanti, senzatetto e rifugiati. Francesco scelse il menu: Gnocchetti sardi, bocconcini di vitello con verdure, tiramisù, acqua, aranciata e caffè.

Il Papa argentino professa la divisione del cibo e della tavola, presentando il momento del pasto come sacro, destinato all’unione della famiglia e della comunità. Un concetto cristiano strettamente correlato alle sue radici culturali derivate dai parenti di origini piemontesi, fra cui la nonna Rosa. Da qui, deriva “un’attenzione per la cultura della tavola e del recupero degli avanzi del pasto. Un altro “rituale” tipico della cultura italiana appreso dai nonni e dai genitori”. Durante un’udienza generale, il Papa ha menzionato che già da bambino gli insegnarono che buttare il pane era un peccato e quando per sbaglio cadeva a terra andava raccolto e baciato in atto penitente.

Molte riflessioni presenti nei discorsi e omelie fatte a Buenos Aires, si riflettono anche in quello che fa e dice a Roma. Bergoglio è un pastore, un sacerdote, un uomo di fede, estremamente coerente con ciò che era prima di essere Papa: ha fatto della coerenza la sua vita, per restare fedele a se stesso, fedele all’idea che ha del Vangelo, fedele al Vangelo e alla gente. Il Pontefice crede che “i prodotti della terra abbiano un valore ‘sacro’ perché, semplicemente, sono frutto del lavoro quotidiano di persone, famiglie, comunità e contadini” (discorso alla FAO, 2015).

In questa ottica, diventa chiarissimo il lavoro costante del Vescovo di Roma per favorire la lotta agli sprechi alimentari e per sviluppare un’economia che abbia una dimensione umana e che risponda a 821 milioni di persone alle quali ancora non è garantito il pane quotidiano.

 

Annunci